BLOG di truffaldino23 |
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AmoOdioLinks | 04 Gennaio 2009
tende d'acciaiotende d'acciaio riparavano 09 Novembre 2008
sorellinacerto ke lo sò, sorellina! che bello, però non sò proprio come comunicare con te, visto ke le tue lettere le hanno fatte sparire dalla mia posta! ke tristezza, ma ti mando un caloroso abbraccio dal freddo belga, sperando di avere presto tue notizie, dal postino misterioso che si prende gioco di noi. ![]() ![]() ![]() 25 Settembre 2008
xenotrapiantiNegli anni 60 iniziarono i primi tentativi di trapianti xenogenici, cioè provenienti da specie diversa da quella del ricevente. Un caso molto eclatante fu quello di un cuore di babbuino trapiantato nel corpo di una bambina, 08 Settembre 2008
diario oncoratto (2)Il freddo mi convinse a rientrare in macchina. Gli spiegai che c’erano voluti mesi affinché Agostino ci capisse qualcosa, Il gestore della birreria non mi ascoltava per niente. Fu intorno alle tre di notte che Teresa sentì sotto il suo esile corpo, Un suono simile a un debolissimo fischiettio, intermittente e ritmato, Inutile dire che ci precipitammo di corsa fuori dalla vettura, Solo Witz, che rimase dentro a inventare combinazioni di un quadro inesistente, Strisciammo nell’erba alta attenti a ogni minimo dettaglio sonoro, Il motore della macchina s’era acceso.
21 Luglio 2008
ascensoreinsomma, 01 Febbraio 2008
discarica devo fare questo prelievo. 16 Dicembre 2007
il diario dell'oncorattoLa sera del quindici dicembre Agostino Larosa, detto il Mariuccio, mi ha lasciato. Eravamo insieme a prendere una birra, lui un’aranciata perché soffre di gastrite, ulcere varie e non so che altre malattie intestinali, io una birra scura media. Il locale l’aveva scelto lui, in quanto ero sempre io che decidevo luoghi e azioni, sviluppi e incontri; quella sera voleva essere il protagonista assoluto della nottata, così gli avevo lasciato libera scelta. I bar, le birrerie, i ristoranti non li sopporto. Agostino lo sa, cioè lo sapeva. Ma visto che era la prima volta che decideva il programma di una intera notte, e che poteva diventare un primo attore nelle percezioni visive della realtà, un figlio ribelle del dio neon, come si diceva in giro, scelse appunto una birreria. “Sei sicuro?” gli dicevo mentre percorrevamo la statale 48. Lui era sicuro. Si sentiva un evaso, un ex detenuto fuggito da un carcere di massima sicurezza. La notte è ai miei piedi, mi ripeteva mentre guidava la sua macchina color topo di fogna, dentro gli steccati della Pontina. La birreria doveva già conoscerla. E bene anche. Parcheggiò subito in retromarcia nel cortile interno del locale, fatto che mi lasciò piuttosto perplesso. Una manovra in retromarcia? Non è da lui, pensai. “Non è da te.” - gli dissi, poco dopo. Invece di rispondermi, Agostino si accese una sigaretta camuffata. Era un super cannone che si era preparato nel bagno di casa mia. E si sa, i locali putridi come le birrerie, i ristoranti e i bar di qualsiasi specie, vietano il fumo del tabacco e soprattutto quello del THC. ....Dunque, conosceva talmente bene quella locanda che all’ultimo tiro di sbobba ruzzolò davanti all’uscita d’emergenza della birreria e una ragazza lo chiamò con il nome di battesimo per aiutarlo e soccorrerlo. Non s’era fatto neanche un graffio, Agostino. Ringraziammo la ragazza e ci accomodammo svogliatamente a un tavolo qualsiasi. Poi ordinò la sua aranciata stantia e io la birra. La birreria aveva tanti disegni appiccicati al muro che non si riusciva a distinguere gli uni dagli altri, i tavoli erano pochi e le sedie avevano rivestimenti in carton gesso e amianto. Ma non c’era nessuno quella sera. Tranne Agostino, la ragazza del salvataggio, un’altra cameriera giovanissima e il padrone alcolizzato del locale. A un certo punto Agostino disse, con un tono a metà strada fra il comizio di un sacerdote durante la cerimonia e quello di un giudice prima della sentenza:“Se una coppia si ama veramente non cambia niente rispetto ai primi tempi. Il nostro rapporto è in crisi ma non è colpa mia. Scusa, ora devo andare al bagno.” Si alzò lentamente. Raccolse le sigarette dal tavolo, prese l’accendino che gli era caduto, tossì un paio di volte e s’avviò alla toilette. Mentre lui svolgeva le sue funzioni biologiche, i gestori della birreria mi tenevano d’occhio. Temevano che ce la squagliassimo in un modo o nell’altro dalla locanda. In realtà Agostino se l’è squagliata sul serio, ma non nei modi che ipotizzavano i gestori della birreria. Osservavo il mio bicchiere vuoto e il tempo sembrava interminabile, dilatato. Dieci minuti? Venti minuti? Trenta minuti? Alla fine si avvicinò la ragazza che conosceva Agostino e mi chiese se andava tutto bene.“Bene che?” – le risposi.“Il suo amico… si sente bene?”“Immagino di si.”“E’ molto tempo che si è alzato.” – proseguì la ragazza. “Lo so, lo fa spesso.”“Che cosa fa spesso?”“Stare molto tempo dentro i bagni. Soffre di disturbi intestinali.”“Ah, ho capito…se è così, mi scusi.”
09 Dicembre 2007
falegnameIo abito nella casa dello studente e lascio sempre la macchina nel garage degli operai. In questo luogo desolato c’è anche un laboratorio di un povero falegname, che a dire il vero non se la passa tanto bene. Il posto che mi spetta è proprio di fronte al suo armadio di lavoro. La mia macchina, che ne ha viste di cotte e di crude, un giorno decise che quell’armadio l’avrebbe fatto diventare nero.Appena l’accendevo sputava inenarrabili fumate di monossido di carbonio e polvere nera che si schiantavano sempre sull’armadio del povero falegname, castigato dal destino e dall’inquinamento della macchina blu. Un giorno, stanco di tutto questo pandemonio chimico, quando ormai il suo armadio da grigio era diventato completamente nero, si fece in quattro per trovarmi un altro posto nel garage, lontano dal suo laboratorio, dal suo armadio, dalla sua porta.Ogni mattina lo vedevo armeggiare nel garage, spostare ponteggi, limare muri, progettare vie di uscita, sputare straordinari. Fatto sta che dopo qualche settimana di lavoro forzato il falegname mi disse con voce tremante, ma con un grande senso di rabbia misto a soddisfazione, che la mia macchina aveva un altro posto nel garage.A me sinceramente importava poco. Un posto valeva l’altro. Bisognava fare perfino qualche manovra in meno. Ma evidentemente il destino era contro il falegname.Va detto che anche mio fratello ha la sua patente di guida rilasciata dal comune di Roma. Però non ha ancora una macchina. Qualche volta usa la mia. Una sera prese la mia macchina blu notte, ignaro di tutta la diatriba fra me, l’armadio e il falegname. Io andai a letto al solito orario. Presto per determinare gli eventi e fermare il destino. Al suo rientro parcheggiò la macchina dove l’avevo sempre parcheggiata io. Con la marmitta attaccata all’armadio del falegname. L’indomani mattina, non ci feci troppo caso. Notai dopo un po’ un foglio sbiadito sul vetro della macchina. L’aveva scritto il falegname: MA ALLORA FAI IL TESTA DI MINCHIA!Da allora non ho più visto né l’armadio né il falegname.27 Novembre 2007
griglia e picconeIl direttore del laboratorio mi chiama d’urgenza nella sua stanza. Ha un foglio in mano, ci sono scritte alcune frasi prive di senso, un indirizzo, una data. “Il tasso di rischio è molto alto, Stefano. Dobbiamo prendere coscienza del problema: il mio consiglio è quello di intervenire subito. Occorre attrezzarci tutti insieme per prevenire i misfatti. Solo in questo modo possiamo tornare a sognare e a scrivere favole per i bambini. Te la senti di andare in quel depuratore e di ripristinare l’impianto? ”Alle ore 16.30 sono arrivato al depuratore di una grande ospedale sulla via del mare.C’erano solo due operai, che tra un sonno e l’altro discutevano dei fanghi da asportare dalla vasca di accumulo. “ Ci penso io, Severino! – dico a uno dei due operai.Apro una griglia e comincio a pulire con un tubo dell’acqua la superficie della vasca piena di fanghi. L’unica soluzione per evitare di chiamare il funesto tir dell’autospurgo è quella di pulire attentamente lo strato superficiale dei fanghi e di farli sedimentare meglio. Finita questa operazione si aprono le valvole del ricircolo e si riavvia l’impianto.
Passano 30 minuti e decido di richiudere la griglia. Con impeto la trascino sui binari di scorrimento ma questa scivola via e finisce giù nella vasca profonda tre metri, tra schizzi fangosi e boati fantasmagorici di tubi, ferri e areatori. Chiamo in causa quasi tutto il calendario solare, e l’unica risposta che trovo sono gli sguardi allibiti e traumatizzati dei due operai. Mai hanno visto roba simile. Oltre l’idea di un intervento. L’apoteosi della disgrazia operaista e ambientalista. Un vero attacco alle case di cura e agli ospedali. Hai voglia a inventare ganci, calamite, picconi, per acchiappare la griglia. Macché! Là sotto non si vede nulla, ci spezziamo in tre la schiena, vediamo il sole tramontare, gli uccelli fischiettare nel bosco. A un certo punto i due operai, gran lavoratori delle vasche e del sudore, riescono ad agganciare la griglia e perfino a sollevarla. Eccola, perdio! Esce dalla melma. Mi fanno, vai a prendere il piccone nella carriola!Vado. Non trovo la carriola. Non trovo il piccone. Saltello ma non vedo niente. Vedo la carriola dopo un po’. Poi vedo pure il piccone. Laggiù sempre i due operai violacei con la schiena semirotta, chini sulla vasca in una posizione impossibile tra il buto e il sollevamento pesi. Arrivo finalmente io. Aggancio la griglia. Ma disgraziatamente ai due lavoratori sfugge la presa e per poco nella vasca, insieme alla griglia e al successivo piccone, non ci finisco pure io! Lascio la presa. Di nuovo schizzi tripli di fanghi e aria e picconi e ferri. I due operai cominciano anche loro a imprecare, così siamo in tre. Ormai a questo punto c’è ben poco da fare. A livello fisico siamo schiantati, a livello mentale i due operai sono abbastanza incazzati, perché adesso al posto della griglia c’è un buco che se qualcuno ci finisce dentro sono guai seri: dovrebbero avvertire il direttore, delimitare la zona, affiggere i cartelli di divieto di transito alle persone non autorizzate.Io invece non vedo l’ora di svignarmela a gambe levate. Verso sera, nel silenzio glaciale della clinica, dove i pazienti cominciano a distendersi sui propri letti, in preda a deliri incomprensibili, pronuncio una frase definitiva, di quelle che difficilmente si dimenticano: “ Se il lavoro facesse bene, lo prescriverebbe il medico.” I due operai neanche mi guardano, presi come sono dal buco, dalla griglia e dal piccone in fondo alla melma. Così di nascosto raggiungo la macchina e di gran carriera raggiungo l’uscita dell’ospedale, coprendomi il viso con un fazzoletto per non farmi riconoscere dal guardiano, mentre le ombre della sera cominciano ad allungarsi sull’asfalto.Non sono più ritornato in laboratorio, né a casa, né da nessun’altra parte.Ho cominciato a scrivere novelle per bambini:“c’era una volta una griglia tutta sola, che voleva farsi un bagno nel depuratore. Io l’ho aiutata a tuffarsi. Ma per non farla morire di noia, le ho scelto un compagno di vita: il piccone.” 25 Novembre 2007
i gioielli di mamma francescaI gioielli di Mamma Francesca Ero immobile davanti alle ragazze muto come macchina industriale negli odori dei fuochi.Loro ridevano del metallo, che rimane attaccato sulla pelle e nei capelli.Camminavo nel fango vagavo nei grandi spazi post-propulsionelasciati marcire nelle vallicome entità ormai a se stanti.L’alba fredda carica di sguardi intensi, quella nebbia che si espande dalla terradall’asfalto dalle piante,nel momento più bello,quando sembra che tutto sfumi e non c’è nessuna possibilità di intuirecosa è accaduto. In quei capannoni era la festa delle streghetutte le immagini, dentro Mamma Francesca.
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